Stalking, cos'è e come mi difendo | Mammeacrobate

stalking come mi difendoOggi, Giornata Internazionale contro la violenza sulle Donne, raccontare la storia di Clara per noi è stato un modo per unirci al suo appello e per far sapere alle tante donne e ragazze che sono vittime della violenza di un uomo che non sono sole a combattere la loro battaglia, ma che ci sono molte realtà a cui rivolgersi e proprio oggi vorremmo farvene conoscere meglio una.

Si tratta di SOS Stalking, un’associazione milanese che sostiene le donne vittima di molestie. Abbiamo intervistato la Dottoressa Elena Giulia Montorsi, psicologa del team di SOS Stalking, che ci ha spiegato il lavoro svolto dall’associazione ma soprattutto ci ha dato preziosi consigli su come riconoscere le situazioni di pericolo e come proteggersi.

Buongiorno Dottoressa Montorsi, come nasce SOS Stalking? Di cosa si occupa?

L’associazione SOS Stalking nasce con lo scopo di dare un sostegno concreto alle vittime di reati persecutori. L’iniziativa, patrocinata dalla Provincia di Milano, promossa dall’avvocato Lorenzo Puglisi, unitamente ad un team di avvocati e psicologi che da anni svolgono la propria attività nell’ambito del diritto di famiglia, vuole fornire un supporto ad ampio raggio alle vittime di reati che riguardano, più o meno direttamente, la sfera familiare o quella affettiva. Stalking, molestie, minacce, violenze private, violenze sessuali o maltrattamenti in famiglia, sono solo alcune delle condotte per le quali viene fornita assistenza.

 

Chi si può rivolgere a voi? In che modo?

Si posso rivolgere a noi tutte le vittime di reati persecutori, attraverso il portale www.sos-stalking.it o tramite il sito della Provincia di Milano, che potranno ricevere:

  • una consulenza con l’avvocato e la psicologa negli uffici di SOS Stalking per valutare insieme come affrontare al meglio la situazione.
  • assistenza legale: primo consulto gratuito per valutare la possibilità di denunciare direttamente lo stalker o quella di farlo ammonire dal questore.

 

Chi sono le vittime di stalking?

Si stima che la maggior parte dei casi di stalking non venga neanche denunciata dalle vittime, che confidano poco nell’efficacia degli interventi delle forze dell’ordine.
Le vittime posso essere donne, ma anche uomini e sono tutti coloro che provano un forte senso di angoscia e di paura a seguito di comportamenti aggressivi o ripetitivi come messaggi, ricatti, insulti, appostamenti che limitino la vita quotidiana di quella persona e la portino a cambiare le sue abitudini di vita.

 

Come ci si può difendere? Di cosa hanno bisogno le vittime?

La denuncia tempestiva da parte della vittima è determinante non solo per l’intervento punitivo delle forze dell’ordine, ma anche perché agendo per tempo si riesce a inserire lo stalker in un percorso rieducativo e si permette alla vittima di non riportare troppe conseguenze psicologiche o fisiche.
Lo stalking è un reato molto grave che comporta pene severe che vanno da sei mesi a quattro anni di reclusione. Le pene vengono aumentate se a commettere il reato è un ex partner oppure quando lo stalking è a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona disabile.
Le vittime hanno bisogno del sostegno di un legale e di un sostegno psicologico per tornare a vivere serenamente, il nostro gruppo crede fortemente in questa sinergia che può portare le vittime a riprendere fiducia in loro stesse.

Ecco alcune regole comportamentali da seguire se avete a che fare con uno stalker:


  • evitate tutti i contatti con lo stalker: cercare di essere gentili e parlargli per fargli comprendere che sta sbagliando, non farà altro che rinforzare la sua condotta
  • rivolgetevi immediatamente a chi opera in questo settore per ricevere un aiuto psicologico, oltre che legale. È importantissimo conservare le prove, non cancellare i messaggi, le e-mail e la lista delle chiamate. Appuntatevi tutto nei minimi dettagli. Saranno informazioni utili nel momento in cui deciderete di denunciarlo
  • fornite a parenti, amici, coinquilini e colleghi una foto dello stalker e assicuratevi che non diano alcun tipo di informazione che vi riguardi
  • portate sempre con voi un secondo cellulare per chiamare la polizia in qualunque momento
  • cambiate spesso abitudini e percorsi verso casa
  • cambiate le serrature, rendete sicure porte e finestre ed installate lo spioncino sul portone di casa
  • usate una casella di posta privata e non accettate documenti o pacchi che non aspettavate o che non siete consueti ricevere
  • cambiate numero di cellulare

 

Si può definire un profilo dello stalker? Esistono degli indicatori, dei campanelli d’allarme?

I campanelli d’allarme sono sicuramente un’eccessiva gelosia, senso di possesso e percezione di essere una proprietà dell’altro, limitazione dell’uso dei social network o di uscite con gli amici.

In generale possiamo riconoscere cinque categorie di stalker:

  • il “rifiutato”: è la tipologia più diffusa ed intrusiva. Generalmente è conseguente alla rottura di una relazione affettiva
  • il “risentito”: lo stalker vuole attivamente perseguitare la vittima perché crede di aver subito da quest’ultima un torto. La vittima è spesso un collega, un datore di lavoro o un professionista sanitario
  • il “cercatore di intimità”: cerca di colmare la sua solitudine idealizzando una relazione con una persona che talvolta è addirittura uno sconosciuto
  • il “corteggiatore incompetente”: cerca con ogni mezzo di avere una relazione sentimentale con qualcuno che lo attrae, è però incapace e agisce con violenza e desiderio di possesso, non curandosi del volere della sua vittima
  • il “predatore”: è la tipologia meno frequente, ma sicuramente più pericolosa in quanto il loro unico obiettivo è di avere un rapporto sessuale con la vittima. Traggono gran parte del piacere a spaventare e torturare psicologicamente la vittima, provano un senso di piacere nell’osservarla di nascosto e nel pianificare il loro agguato.

 

Oggi è la giornata contro la violenza sulle Donne. Secondo lei, per sostenere la lotta alla violenza di genere, quali sono le strategie da mettere in atto?

Le prime parole sono prevenzione e cultura. Troppo spesso si reagisce in risposta ad un atto di violenza e invece non si agisce per evitarlo. A seguito dell’approvazione del decreto legge sul femminicidio si dovranno impostare e porre in essere progetti per migliorare la qualità di vita delle donne partendo da campagne educative nelle scuole e progetti specifici nell’ambito lavorativo per tutelare le lavoratrici contro le molestie sessuali e tutte le conseguenze che ne derivano.
C’è moltissimo lavoro da fare e anche le cifre parlano chiaro, il progetto di ricerca Quanto costa il silenzio? ci dice che una donna ogni 26 minuti è vittima di una molestia. Possiamo anche poi riflettere sui costi sociali per il silenzio sul femminicidio e sulla violenza contro le donne perché il risultato drammatico: 16,7 miliardi di euro.
Ci sarà ancora molto da fare e ogni associazione o gruppo si dovrà impegnare per raggiungere l’obiettivo che ci siamo preposti: fare in modo che il ruolo della donna sia rispettato e non annientato.

 

Non potremmo essere più d’accordo, solo uscendo dal silenzio, parlandone, le cose possono cambiare. Migliorando la condizione delle donne, come suggerisce la Dottoressa Montorsi, e soprattutto rendendole consapevoli del fatto che nessuno, non importa se marito, fidanzato, collega o sconosciuto che sia, ha il diritto di privarci della nostra libertà e soprattutto della nostra vita.

Come ha recentemente ribadito anche la Presidente della Camera, l’Onorevole Laura Boldrini, “L’educazione di genere inizia in famiglia” e noi genitori abbiamo l’importantissimo, quanto delicato, compito di insegnare ai nostri figli, maschi e femmine, che un’altra strada è possibile, che bisogna ribellarsi alla violenza qualsiasi sia la sua forma e, soprattutto, che l’amore non è qualcosa che può essere estorto con la forza, mai.

 

 

photo credit: european_parliament via photopincc

 


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Acrobata per vocazione, una laurea in Lingue e Comunicazione, da oltre 10 anni mi divido tra le mie due grandi passioni: educazione e comunicazione, convinta che le due cose insieme possano fare la differenza. Da sempre in prima linea accanto ai bambini, agli adolescenti, alle mamme e ai papà, a scuola e in famiglia, ho lavorato e lavoro per diverse realtà del terzo settore occupandomi di diritti dei minori, cittadinanza attiva, intercultura, disabilità e fragilità sociale con l’obiettivo di contribuire a diffondere una cultura dell’infanzia e dell’adolescenza. Il mio sogno? Mettere al servizio dei genitori le mie competenze e professionalità, per supportarli nel loro ruolo educativo.