Mamme, e se provassimo a cedere il passo?

Eccoci al secondo appuntamento di novembre dedicato all’educazione di genere. Oggi, insieme a Maria Vittoria Colucci, counselor e consulente organizzativa di Matrioskagroup, parliamo di maternità e paternità,  di quali sono i ruoli stereotipati di papà e  mamma che ancora oggi permangono nella nostra  società e di cosa possiamo fare per offrire modelli diversi.


I ruoli di mamma e papà

La donna, si sa, è multitasking; quando diventa mamma utilizza questa sua – innata? – dote per riempirsi le giornate con mille attività relative alle sue molteplici responsabilità. Lo vediamo nelle vignette che rappresentano donne-polipo ai fornelli che brandiscono il mestolo in una mano, il cellulare nell’altra (per una call di lavoro) e intanto, con un piede, cullano il pupo nella carrozzina. Oppure nelle fiction televisive in cui le protagoniste, mamme che lavorano, parlano velocissime, arrivano nei luoghi di lavoro trafelate, si ammazzano per arrivare in tempo a prendere i figli, preparargli le merende, organizzargli la vita sportiva e sociale e non trascurano il compagno; quest’ultimo rappresentato, quasi sempre, come una personalità binaria: abilissimo nel suo lavoro e disastroso nella cura di figli e casa. Perché gli uomini, anche questo si sa, fanno una sola cosa per volta.

C’è poi un’altra rappresentazione tipo che riguarda le mamme, quelle che non lavorano, donne dedite alla cura dei figli a tempo pieno, ma non per questo meno attive e multiruolo, solo “più perfette”; anche loro sempre indaffaratissime perché caricate in toto della gestione familiare, dalla contabilità base, alla programmazione delle attività, passando per la formazione ed il supporto psicologico. In questo tipo di famiglia il padre non cambia; a maggior ragione potrà dedicarsi serenamente alle sue occupazioni extrafamiglia visto che la compagna “non lavora”.

Il comun denominatore, in questi due contrapposti e semplificati modelli, all’interno dei quali ci sono tante diverse sfaccettature, sembra essere un maggior peso della figura materna, all’interno della coppia, nella “gestione” della prole, della sua quotidianità e delle scelte ad essa connesse.

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Il bisogno di nuovi modelli

Proviamo a pensare a modelli nuovi, in cui mamma e papà non devono restare chiusi entro i confini rigidi dei loro ruoli ma possono contaminarsi, scambiarsi le parti (e anche supportarsi dunque) in ambiti che, tradizionalmente, sembrano appannaggio solo dell’uno o dell’altro genitore.

Come possiamo promuovere un cambiamento e liberare, da un lato, le nostre figlie femmine dallo stress di giornate stracariche di attività e to do list permettendo, dall’altro, ai nostri figli maschi di vivere pienamente una loro futura paternità?

Partiamo da noi, le mamme:

Possiamo provare a cedere il passo su qualcosa?

A tollerare che alcune attività pratiche possano essere fatte in modo diverso dal nostro e rappresentare, allo stesso modo, un gesto di cura e di amore di cui beneficeranno nostro figlio o nostra figlia?

Esistono validi ingegneri o manager affermati che non sono ritenuti capaci di pensare ad un menù serale per il proprio bambino di 3 anni e neanche di eseguire semplici preparazioni culinarie seppur corredate di dettagliate istruzioni. E’ possibile?

“A scuola il cappello mettilo nel terzo armadietto a destra, quello con la foto della nostra bambina e, mi raccomando, cambiale le scarpe!”.

La necessità di controllo e di verifica nasce dalla profonda convinzione che, quando curano un bambino, il nostro, i papà ci stanno supportando, stanno eseguendo su delega operativa, dei compiti di cui noi mamme siamo titolari a tutti gli effetti.

Nuovi equilibri in famiglia

Forse, quando si parla di nuovi equilibri familiari, sarebbe importante e necessario modificare alcuni presupposti, per l’appunto stereotipati, che riguardano la cura dei figli: la mamma, per essere adeguata, deve riuscire a gestire tutti gli aspetti pratici della vita dei suoi ragazzi/e; i papà sono degli esecutori di attività a loro demandate e ne devono rispondere. La cultura italiana, da questo punto di vista è più difficile a tollerare aperture, almeno rispetto a quanto succede in alcuni paesi nordeuropei. L’immagine della “regina della casa”, da noi, è dura da scardinare.

E invece per i padri poter rivivere attraverso i propri figli un pezzo della loro infanzia sarebbe una bella opportunità e per i figli poter sperimentare la diversità di dialogo e approccio, anche nella vita pratica, sarebbe fonte di ricchezza e varietà. Veder infrangere i confini di un ruolo per rimescolare le funzioni genitoriali permetterà anche a loro di fare lo stesso come futuri genitori, magari con minore sforzo.

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Certamente non è un processo semplice questo perché ciascuno di noi, quando diventa mamma o papà, ha a disposizione il modello dei propri genitori che, anche quando decide di rifiutare, resta l’unico realmente sperimentato. È necessario dunque, per costruire il proprio ruolo genitoriale, un momento di riflessione, la ricerca di modelli diversi ma non necessariamente “in opposizione” a quelli dei propri genitori.

Sicuramente all’inizio dell’avventura gli uomini hanno una minore componente fisica nel rapporto con il bebè ma questo non significa che debbano entrare in gioco solo in un secondo momento, quando il bambino interagisce in modo più “adulto” (inizia a camminare, parla). La loro funzione di cura e accudimento è fondamentale sin dalla gravidanza della propria compagna, attraverso l’ascolto, l’accoglienza, il sostegno. Durante i primi mesi di vita del bambino (e della donna come mamma) questa funzione è ancora più utile, la mamma è “confusa” col suo bambino ed ha bisogno di cure e riconoscimenti per poterne dare a sua volta.

Padri, non “mammi”

Il fare rete, condividere esperienze, pensieri ed emozioni, confrontarsi con altri, aiuta certamente in questa consapevolezza. Sono facilitate, le donne, da un’educazione “al femminile” che permette da sempre alle bambine e ragazze di esprimere i propri sentimenti, esplicitare le difficoltà, accogliere, ascoltare gli altri. Meno avvezzi a questo tipo di condivisione gli uomini che nel momento della paternità continuano la loro vita all’esterno,  ma forse si confrontano meno su quello che sta succedendo loro, sull’esperienza dell’essere papà appunto.  Sono meno soli perché vanno a lavorare ed incontrano persone ma restano soli come padri perché gli mancano quegli spazi di confronto ed espressione. Difficilmente riescono ad affermare il loro diritto a prendersi i congedi di paternità nelle aziende e, quando rivendicano la voglia di curare ed accudire, vengono chiamati “mammi”.

Ecco, lo stereotipo sempre pronto ad etichettare comportamenti “fuori dalla norma”. Eppure, ascoltando le storie che tante donne raccontano dei propri genitori, viene fuori che l’amore incondizionato, l’ascolto dei bisogni, il permesso di prendersi del tempo per fare le cose è stato appreso proprio dal papà.

Invitare anche i papà a riflettere sui modelli genitoriali appresi, imparare a sentire i propri bisogni e provare a legittimare un ruolo diverso, che non sia solo di supporto a quello materno (detentore della verità in tema di bisogni del bambino e principi educativi) ma che abbia dignità propria, per il benessere di tutta la famiglia.

In molti casi la maternità rappresenta per le donne un momento di generazione non solo fisica ma anche mentale. Questa è una bella opportunità che potrebbe essere vissuta anche dai papà.

Partiamo da qui, da noi mamme e papà, per crescere i genitori del futuro, persone capaci di stare nella relazione con i loro figli in modo libero e felice.

In pratica

Nella vostra famiglia di origine come erano contraddistinti i ruoli paterni e materni?

Sono gli stessi che riproponete nella vostra?

Elencate 3 cose che volete tenere e 3 che volete modificare del modello genitoriale che avete sperimentato. Per queste ultime identificate i passi concreti per farlo.

Provate, per un giorno o una settimana, a scambiarvi nella coppia delle attività di cura o comunque delle responsabilità educative che sono solitamente svolte da uno dei due genitori (andare a parlare con i professori a scuola, accompagnare un figlio o una figlia a comprare dei vestiti, dare supporto nei compiti, consolare un figlio/a per qualcosa che è andato male, far da mangiare/dare la pappa, far addormentare i bambini) e riflettete su alcuni aspetti:

  • per il genitore che ha sperimentato qualcosa di nuovo: cosa vi è piaciuto del momento vissuto/cosa vi ha dato nella relazione con vostro figlio/a
  • per chi ha “delegato”: cosa potete apprendere dall’altro genitore? Ci sono delle modalità o degli approcci a cui non avevate pensato? Vi piacciono?

E ora scambiatevi idee ed impressioni!

di Maria Vittoria Colucci

photo credit: If we put our heads together… via photopin (license) & pixabay12


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