Di adolescenti, autostima e…belle del reame

Le adolescenti di mia conoscenza si dividono in due gruppi: quelle che si coprono per vestirsi, e quelle che si vestono per coprirsi.


La mia quindicenne appartiene al secondo gruppo. “Scommetto che ha imparato a chiedere “mi compri?” prima ancora di dire mamma” scherza Serena, ma c’è poco da ironizzare: è andata proprio così.

Le adolescenti di mia conoscenza si dividono in due gruppi: quelle timide, riflessive, insicure, e quelle spavalde, estroverse, consapevoli.

La mia quindicenne appartiene al secondo gruppo. Quando me la cullavo tra le braccia, ancora neonata, avevo promesso a me stessa che non sarebbe diventata la bambina complessata che ero stata e che avrei preferito diventasse arrogante, piuttosto. “Obiettivo pienamente raggiunto” commenta Serena cui non sfugge niente.

La mia quindicenne qualche lato buono ce l’ha: ad esempio è coerente. Nelle fiction si immedesima  sempre nella ragazzina bella&bulla, un archetipo che parte dalle fiabe della tradizione per arrivare a Ludmilla Ferro di Violetta passando per Sharpay di High School Musical. Non teme di rendersi impopolare, tanto è sicura di sé.

Solo una cosa la cruccia: non avere un guardaroba all’altezza della propria autostima. Impila nell’armadio orde di t-shirt della stagione precedente e intanto si lamenta di non avere niente da mettere.

“Tua nipote è fuori controllo, bisogna darle una ridimensionata” ho infine confessato a mia madre, da sempre critica verso i miei lassismi educativi.

“Ormai è tardi per recuperare” ha risposto lei “la ragazza deve sbattere il muso col mondo là fuori, e imparare quanto sia difficile guadagnare il denaro che spende con tanta leggerezza. Non c’è che una cosa da fare: proponila come modella”

A me l’idea era sembrata un controsenso. Come sarebbe stato possibile limare la tracotanza di una ragazza esaltandone la bellezza?


Ma mia madre ha sempre ragione, e così ho iscritto Erika a un’agenzia di modelle. Lei si è presentata col passo lungo e sicuro che la contraddistingue, ha scosso i lunghissimi capelli e atteso il responso, che è subito arrivato: avanti un’altra.

L’ho vista vacillare.

Per la prima volta, mia figlia non era la più bella del reame. Peggio ancora, la sua bellezza era totalmente ininfluente. Ad essere apprezzate erano caratteristiche diverse: professionalità, presenza, e quel quid che fa di una semplice ragazza una modella.

Ci sono volute quattro settimane perché metabolizzasse il rifiuto e al termine dell’ultima Erika è stata chiamata.

Si trattava di un piccolo incarico, prestare la propria capigliatura per testare delle nuove colorazioni ad acqua per ragazze della sua età.

Il primo lavoro di Erika si è svolto in un ambiente niente affatto glamour, con molte voci che le dicevano cosa fare in lingue diverse, alcune ore di attesa, in mezzo a gente che dava ordini secchi e utilizzava i suoi capelli come se non le appartenessero. Lei è stata attenta e docile. Al termine del lavoro le sono stati dati panini vegetariani per rifocillarsi e sessanta euro.

“Ti ci comprerai delle magliette nuove con quelli?” le ho chiesto “Fossi matta!” mi ha risposto sgomenta “con tutto quello che ho fatto per guadagnarli. E non è detta che mi scelgano ancora: ha visto quante ragazze ci sono in giro, migliori di me?”

photo credit: saneboy via photopin.com cc


Author

Ho tanti anni, tre figli e diverse vite. Sono stata studentessa modello e giovane scapestrata, viaggiatrice e pantofolaia convinta, single promiscua e moglie devota. Quello che ho imparato è che non esiste una sola adolescenza: ne esistono tante, e proprio adesso che credevo di aver raggiunto un nuovo equilibrio qualcuno ha mischiato nuovamente le carte rendendo difficile rispondere alla domanda: cosa fai nella vita?