Papà posso andare in piscina? Sì, ma chiedi alla mamma!

“Papà, papà posso andare in piscina con le mie amiche? Sì, va bene. Però chiedi alla mamma.

Mamma, posso andare in piscina con le mie amiche? NO.”

Ultimamente mi è capitato di ripensare a questo episodio della mia adolescenza e l’occasione me l’ha data Chiedi a papà, la trasmissione in onda, ormai da qualche settimana, il venerdì in seconda serata su Rai Tre.  L’avete mai vista?

In pratica in ogni puntata,  due mamme, abbandonando cellulari e qualsiasi altra forma di comunicazione, trascorrono 5 giorni in un resort con ogni comfort, mentre i papà rimangono a casa a con i figli, da soli! Una cosa normale per molte famiglie, impensabile per tante altre.

Ma secondo voi, poi io in piscina ci sarò  andata? La risposta ovviamente è NO, perché nella mia di famiglia l’opzione Chiedi a papà non era troppo contemplata, o meglio, io ci provavo pure, consapevole però che lo scettro del potere era in mano a mammà, il capo gendarme aveva l’ultima parola. La LEGGE.

Ma non perché mio padre non fosse interessato alla vita dei suoi figli, anzi. Il fatto che fosse spesso via per lavoro, ha consolidato  questa modalità che, a dirla tutta da noi era “normale”, “cosa da fimmine” (per i non sicilianofoni: cose da femmine).  Perché dubitarne?

Quanto ha influito sul mio modo di guardare i ruoli maschili e femminili? Direi non poco. A volte senza che me ne accorgessi, anche quando ho iniziato a capire che quello non sarebbe stato il mio modello e che allontanarmici, avrebbe richiesto tempo, ma anche un po’ di rabbia e frustrazione. E non mi sbagliavo.

Sentivo che non mi tornava qualcosa. Volevo studiare, realizzarmi nel lavoro, ma anche avere un bambino e crearmi una famiglia.

Ma come avrei fatto a fare tutto? A gestire vita lavorativa, familiare a incastrare i miei sogni senza incasinarmi? Un carico enorme sulle spalle che mi faceva paura, mi sembrava soffocante, troppo. E che forse mi ha portato a rimandare alcune scelte importanti. Dimenticando però un piccolo particolare. In tutto questo non sarei stata da sola. Dove era  finito nel mio immaginario quello che sarebbe stato il mio compagno, il padre dei miei figli?

Inconsciamente l’avevo cancellato.  Ecco, ci ho messo un po’ ad accorgermi di quanto fossi convinta che, in quanto “fimmina”, era a me che sarebbe spettato l’intero pacchetto, full optional.

Pensando alla mia esperienza di figlia, ai miei amici, alle famiglie che ho incontrato durante il mio lavoro, ho però anche capito che non sono la sola ad essere cresciuta con questa convinzione, che il modello a volte è così introiettato che neanche ce ne rendiamo conto.

E questo è un peccato perché se è vero che il mio papà, a modo suo, c’è sempre stato, solo ora che sono adulta mi rendo conto che mi è mancato un pezzo importante della nostra relazione.

Allora vorrei che il mio “riscatto” fosse la mia di famiglia. Quella che sto costruendo insieme a mio marito. Io non lo so come si fa la mamma. Ma neanche lui sa come si fa il papà. Impareremo, insieme.  Così come sono convinta che tutti possono imparare se le parole chiave sono condivisione e fiducia. RECIPROCHE.

E, se e quando diventerò mamma, non ho dubbi su quello che vorrei riuscire a trasmettere ai miei figli.  Vorrei che “Chiedi a papà” fosse la regola, non l’eccezione. E credo che non sarei solo io a guadagnarci.

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Acrobata per vocazione, una laurea in Lingue e Comunicazione, da oltre 10 anni mi divido tra le mie due grandi passioni: educazione e comunicazione, convinta che le due cose insieme possano fare la differenza. Da sempre in prima linea accanto ai bambini, agli adolescenti, alle mamme e ai papà, a scuola e in famiglia, ho lavorato e lavoro per diverse realtà del terzo settore occupandomi di diritti dei minori, cittadinanza attiva, intercultura, disabilità e fragilità sociale con l’obiettivo di contribuire a diffondere una cultura dell’infanzia e dell’adolescenza. Il mio sogno? Mettere al servizio dei genitori le mie competenze e professionalità, per supportarli nel loro ruolo educativo.