Disciplina: no a schiaffi e sculacciate

Save the Children sta promuovendo la sottoscrizione di un manifesto per un’educazione senza violenza e l’iniziativa mi trova molto d’accordo. Benché gli specialisti del settore siano ormai tutti unanimi nell’affermare gli effetti negativi del ricorso alle punizioni corporali, sia pure di lieve entità, i genitori che ricorrono a sculacciate o schiaffi sono ancora moltissimi, dalle statistiche addirittura in 1 famiglia su 4. C’è chi perde il controllo e poi è invaso dai sensi di colpa. E c’è chi difende il proprio comportamento con affermazioni del tipo “tanto ha il pannolino e non gli faccio male davvero” oppure “uno sculaccione non ha mai ucciso nessuno” o anche “a volte una sberla è l’unica cosa che lo ferma”.

Quali sono per il bambino le conseguenze del ricevere punizioni fisiche?

Parliamo dei danni che provoca il ricorso alla violenza come “pratica educativa” (che tale non è), anche senza considerare i casi estremi di maltrattamenti (che meriterebbero ulteriori e immaginabili approfondimenti).

Il piccolo impara moltissimo per imitazione. Se mamme e papà gli danno le botte lui si sentirà autorizzato nel darle ai compagni. Come insegnargli che non si picchia nessuno se siamo noi i primi a farlo?

Un’importante compito evolutivo è quello di imparare a mentalizzare, simbolizzare e verbalizzare le emozioni. Il genitore aiuta il figlio a crescere traducendo i suoi bisogni in parole e dando risposte adeguate. Il ricorso all’azione (mi arrabbio -> ti do una sberla) non è una modalità adulta di gestire i conflitti e se mamma e papà si comportano il tal modo sarà difficile per il bambino sviluppare abilità di contenimento delle emozioni.

Da quando iniziano a protestare, dire  “no” e poi “fare i capricci” nel periodo dei “terribili due” fino ad arrivare alle ribellioni adolescenziali i figli hanno bisogno di mettere alla prova i genitori per rassicurarsi della loro stabilità. I bambini e i ragazzi hanno grande necessità di sentire che ci sono dei limiti che li proteggono, dei genitori forti a cui possono far riferimento che restano sicuri di sé e capaci di dare sostegno e contenimento. Per questo è molto importante non farsi abbattere da capricci e proteste e provare a rimanere sereni e fermi nei “no”. Rispondere con la violenza ferisce profondamente il bambino che si trova a temere il genitore (a volte la sberla funziona davvero a far cessare il comportamento del piccolo, ma a caro prezzo) e non vederlo più come una sicurezza oppure a continuare a sfidarlo sempre di più per vedere dove arriverà (alcuni bambini reagiscono alle botte con apparente indifferenza e continuando anzi a comportarsi sempre peggio). Ricorrere alle percosse è un fallimento della prova a cui il bambino ci sta sottoponendo. E lo farà sentire più arrabbiato di prima o umiliato o spaventato, con nessun insegnamento.

Se le punizioni fisiche sono viste come le uniche metodiche possibili, vi pongo alcune domande. Quando poi sarà un adolescente più grande e forte di noi? Come svolgere una funzione educativa quando le sue sberle saranno più dolorose delle nostre? E’ invece importante insegnare a gestire le difficoltà in modo costruttivo. 

Come fare per evitare di ricorrere a schiaffi e sculacciate?

Innanzitutto è utile e costruttivo cercare di mettersi nei panni del piccolo e provare a vedere le cose dal suo punto di vista: così facendo molti dei suoi “capricci” verranno compresi come esigenze (un pianto disperato davanti ad un estraneo ad esempio o il rifiuto a vestirsi per uscire) e alcuni comportamenti sbagliati verranno letti sotto un’ottica diversa.

Per esempio, un piccolo di 12 mesi è incuriosito dal mondo e vorrà toccare le prese di corrente o mettere in bocca un mozzicone di sigaretta trovato per terra: certamente andrà fermato ma la causa del suo comportamento è comprensibile e legittima e molto probabilmente cercherà più volte di soddisfare le sue curiosità malgrado i “no”. Non c’è comunque motivo di arrabbiarsi né di dargli schiaffetti sulle mani che non capirà e non lo aiuteranno. Oppure se alla stessa età o anche oltre si dimena sul fasciatoio scalciando e opponendosi alla vestizione infuriarsi e sculacciarlo non è una buona idea: immedesimandosi in lui si può capire che ha fretta di tornare a giocare e non capisce perché deve essere imbrigliato in manovre per lui noiose e fastidiose! I calci non sono intenzionalmente diretti a farci male. Cerchiamo quindi di sbrigare in fretta la faccenda distraendolo con giochi e oggetti.
Un bimbo di due anni che difende a spintoni il proprio gioco va sicuramente ripreso spiegandogli che non ci si comporta così. Comunque gli si può comunicare la nostra comprensione cercando di capire che dal suo punto di vista il gioco è suo e non vi è motivo di condividere, a costo di difendere fisicamente la cosa a cui tiene!

O ancora: un  bambino di tre anni che pesta i piedi urlando o si butta per terra alla notizia che bisogna lasciare il parco-giochi per tornare a casa fa sicuramente esasperare. Mettendo un po’ da parte la nostra fretta si può facilmente capirlo: perché mai dovrebbe accettare di buon grado di abbandonare i divertimenti? Gli si può quindi dire che sappiamo che è arrabbiato e prospettargli qualche attività piacevole che lo aspetta al rientro, così da motivarlo a muoversi. Empatizzando con le sue esigenze fin da prima gli si può anticipare il momento del ritorno in modo concreto: “ancora 3 scivolate/2 giri in giostra/una corsa attorno al parco e poi andiamo via”.

Di solito già il fatto di mettersi dal punto di vista del bambino e vivere i suoi comportamenti come legittimi per l’età e non come azioni contro di noi smorza l’istinto di passare alle mani.

Bisogna anche tener conto di possibili momenti di difficoltà e disagio del bambino che lo rendono più irritabile e reattivo o anche del fatto che potrebbe essere stanco e nervoso. “Capricci” o scoppi di ira serali probabilmente si risolveranno mettendo il bimbo a dormire. Aggressività e nervosismo persistenti talvolta richiedono un approfondimento se si teme possano essere sintomi di qualche problematica.

Se ci si rende conto che proprio si perde il controllo e il ricorso alla violenza è frequente e inevitabile allora è il caso che l’adulto faccia un lavoro su di sé per capire le cause della sua rabbia e imparare a gestirla diversamente.

Quali le soluzioni alternative alle sculacciate?

Innanzitutto vanno evitate anche le parole pesanti, le offese al bambino e tutte le affermazioni che minano la sua autostima. Si rimprovera il comportamento sbagliato e mai il bambino! Mai dire “sei cattivo/stupido/un disastro etc” ma “ti sei comportato male/non mi piace quello che hai fatto/questa azione è sbagliata”. Rinforzare sempre i comportamenti positivi con apprezzamenti e lodi, anche quelli che si tenderebbe a dare per scontati. La “ricetta” giusta è fatta di rispetto, pazienza e fermezza. Essere coerenti, non urlare, avvertire prima di prendere provvedimenti.

I modi per arginare proteste e comportamenti sbagliati varieranno in base all’età, al temperamento dello specifico bambino e alla gravità di quanto sta facendo di inaccettabile.

Con i più piccoli la tecnica migliore è quella di dire “no” fermi e coerenti, pochi ma stabili (è bene che la casa sia il più possibile sicura con poche cose proibite), e poi distrarli con giochi diversi proponendo un oggetto sicuro in cambio di quello pericoloso.

Man mano che cresce può essere utile il ricorso al “time out”, ovvero un luogo prestabilito e dedicato solo a questo scopo in cui il piccolo starà il tempo necessario a calmarsi da una crisi prendendo una pausa dal problema. Le proteste esasperate vanno disapprovate e poi ignorate finché non saranno espresse in modo accettabile.

E’ buona cosa proporre delle scelte tra due alternative accettabili: vuoi il maglione blu o quello rosso? Vuoi andare a piedi o in passeggino? Ovviamente non si discute sul maglione di per sé né sulla necessità di uscire, ma dandogli uno spazio di scelta.

Più il bambino è grande più sarà possibile spiegargli il perché dei comportamenti da evitare, prima con parole molto semplici poi arrivando a negoziare con lui quando ne avrà le capacità.

Quando possibile lasciargli sperimentare le conseguenze delle sue azioni (se lancia quel gioco si rompe, lasciare che lo rompa). 

“E’ successo una sola volta. Gli avrò causato un trauma?”

Certo che se una o due volte nella vita capita di perdere il controllo e dare una sculacciata o una sberla non è una tragedia. In una situazione davvero esasperante uno schiaffo, proprio per il fatto di essere una cosa eccezionale che non si verifica mai, può assumere quella funzione di “stop” e di limite che il figlio sta cercando e probabilmente resterà impresso nella memoria (anche se non è infrequente che ci si ricordi l’evento e non il motivo per cui lo si è preso!). Questo però solo se è stato un caso isolato che non si ripeterà e comunque meglio mai che pochi. Il rischio poi che diventi una modalità consolidata è alto.

 

a cura della dott.ssa Irene Koulouris – psicologa psicoterapeuta

 

photo credit: iStock.com/Nastia11

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