Cuntala. Pari opportunità in gioco

Bambine e bambini differenti per aspetto e colori, donne e uomini che svolgono le più varie professioni, sindache e sindaci, esploratrici ed esploratori, coppie omosessuali, famiglie multiculturali accompagnati da un universo di oggetti e personaggi per imparare a riconoscere e a costruire un mondo di pari opportunità.

Questi gli ingredienti di Cuntala, un progetto nato da un’idea di Barbara Imbergamo, socia fondatrice di Sociolab – un gruppo multidisciplinare composto da esperte in diversi settori che si occupa di partecipazione e ricerca sociale – da sempre attenta ai temi di genere e della multiculturalità.

Cuntala, che in siciliano significa “raccontala”, è un mazzo di carte in cinque lingue, per inventare storie, uno strumento per coinvolgere i bambini in un gioco collaborativo e creativo. Uno spunto per stimolarli a guardare al mondo per come è, molto più ricco di diversità di come spesso è rappresentato dai giochi e dai libri, un modo per includere anche chi in genere non compare, andando oltre modelli e stereotipi.

Cuntala è popolato di personaggi diversi da quelli dei giochi e dell’immaginario tipico dei bambini: non ci sono fate o ballerine, principi azzurri e supereroi, ma una sindaca nera, una muratrice, un ostetrico, una famiglia multiculturale, uomini e donne che si dividono equamente i compiti. Le pari opportunità vengono intese come pari opportunità per tutte e per tutti. Il tema è della diversità è affrontato in tutte le sue sfaccettature.

Per stimolare i bambini a riflettere sul fatto che tutto può essere diverso da come siamo abituati a identificarlo anche ai colori è stato dato un’attenzione particolare: l’ostetrico ha il camice arancione, il frullino è viola, la sindaca ha la fascia di molti colori, l’aereo è verde e rosa. L’idea è di mostrare che lo stereotipo passa anche per queste piccole cose, per l’abitudine a codificare certe cose in modo ricorrente.

 

 

Un progetto che ci piace perché mette al centro il bambino e la sua capacità di essere protagonista del cambiamento culturale e che aiuta noi adulti a riflettere su come, spesso inconsapevolmente contribuiamo al modo in cui i nostri figli leggono il mondo e gli danno significato, anche attraverso i giochi che scegliamo per loro, tema di cui abbiamo parlato anche all’interno del nostro percorso sull’educazione di genere.

Un tema che ci interessa molto e che abbiamo voluto approfondire facendo due chiacchiere con Barbara, che ci racconta qualcosa di più del suo progetto…

 

Barbara, secondo te, quanto i giochi influiscono sulla formazione degli stereotipi di genere?

Io penso che influiscano tantissimo in modo diretto e indiretto. E in molte direzioni diverse. Giusto per fare un esempio, ho appena detto al mio figlio maschio “questo cartone animato potrebbe piacerti perché ci sono molte corse di macchine”. Poi mi sono morsa la lingua pensando allo stereotipo del maschio che ama macchine e corse che stavo contribuendo a formare e a comunicargli. Sono convinta che alla mia figlia femmina non avrei detto la stessa cosa. E questo nonostante io sia attenta.
Se pensi che i negozi li bombardano con giochi divisi per genere, che i modelli culturali più diffusi sono divisi per genere, che nei libri trovano riferimenti a forti differenze di genere, l’insieme delle cose costruisce un modello che poi è più difficile da scalfire. Soprattutto, temo, nei maschi. Ai quali comunichiamo modelli più rigidi: di una bambina non ci turbiamo se gioca con le macchine a vedere un maschio con la bambola comunque non siamo tanto abituati.

 

Come possiamo rendere i bambini consapevoli della diversità, insegnandogli a guardare al di là delle “cornici stereotipate”?

Credo che sia un lungo lavoro che deve partire prima di tutto dalla consapevolezza di noi adulte e adulti in modo da evitare di riprodurli nei fatti e nelle parole.
Penso però che proporre personaggi “diversi” dentro giochi “normali” sia una delle strade da sperimentare, se ci fossero più personaggi maschili che fanno cose “da donne” e viceversa nei giochi comunicheremmo un altro modello. Pensate se l’Allegro chirurgo si chiamasse l’Allegra chirurga, senza accorgersene bambine e bambini assumerebbero che quel mestiere è anche da donne. Infine io credo importante anche lavorare su stereotipi di cultura, etnia, orientamento sessuale. Le pari opportunità vanno intese in senso ampio e i giochi rappresentano mondi molto convenzionali. Più convenzionali di quello che viviamo.

 

Cuntala, è una parola siciliana. Le tue origini hanno influito sul tuo modo di guardare al genere? In che modo?

Sono cresciuta in Sicilia, una terra che amo molto, ma in una famiglia poco convenzionale e con modelli educativi molto aperti. Mi è sempre stato detto che potevo fare tutto, tanto quanto i maschi. La Sicilia che ho vissuto io era lontana dal modello che si vede nei film.

 

Tu sei mamma di due bambini, sono stati loro ad ispirarti?

Sì, quando ho notato che – anche a causa dei nostri involontari errori – il piccolo maschio aveva delle idee un poco “rigide” sul mondo e tendeva a fare distinzioni di opportunità tra maschi e femmine che invece la femmina non fa. Ho pensato che fosse necessario concentrarsi.

 

    

 

Quali sono gli obiettivi del gioco?

Le carte Cuntala servono per inventare storie e divertirsi. È un gioco collaborativo, da fare in gruppo dove non c’è chi vince e chi perde. Si vince tutti insieme se la storia viene divertente.

 

Come si gioca?

In gruppi fino a 4-6 bambine/i si danno 4 carte a testa – una per tipo, personaggi, oggetti, azioni, caratteristiche – e a turno, e senza troppe regole, si inizia a raccontare prendendo spunto dalle carte ma aggiungendo tutto quello che si vuole.
In gruppi più grandi per evitare di costruire storie esageratamente lunghe conviene usare 2 o tre carte per tipo e tenerle scoperte alla portata di tutti e iniziare a inventare.

Buon divertimento!

 

Se volete saperne di più su Cuntala o dove trovarlo, tutte le info qui

Author

Acrobata per vocazione, una laurea in Lingue e Comunicazione, da oltre 10 anni mi divido tra le mie due grandi passioni: educazione e comunicazione, convinta che le due cose insieme possano fare la differenza. Da sempre in prima linea accanto ai bambini, agli adolescenti, alle mamme e ai papà, a scuola e in famiglia, ho lavorato e lavoro per diverse realtà del terzo settore occupandomi di diritti dei minori, cittadinanza attiva, intercultura, disabilità e fragilità sociale con l’obiettivo di contribuire a diffondere una cultura dell’infanzia e dell’adolescenza. Il mio sogno? Mettere al servizio dei genitori le mie competenze e professionalità, per supportarli nel loro ruolo educativo.