Rinunceresti alla carriera per i figli? | Mammeacrobate

rinunciare carriera per figliIeri mi hanno rivolto questa domanda (in un programma tv dove si voleva provare a trattare un tema complicato e delicato in 10 minuti scarsi…)

Sono riuscita a dire forse un millesimo delle cose che avevo in mente, vuoi l’emozione, i tempi davvero ristretti… e così lo dirò in questo post quello che penso e qual è la mia posizione. E se mi vorrete poi dire cosa ne pensate ne nascerà senz’altro un dibattito molto più costruttivo di quello di ieri… ne sono certa!

 

Alla domanda “rinunceresti alla carriera per i figli?” la mia risposta è NO.

Le motivazioni del No sono tante e chiarisco subito un concetto fondamentale così evitiamo fraintendimenti: OVVIO che farei ogni cosa per le mie figlie, anche tagliarmi gambe e braccia, ma non si sta mettendo in dubbio questo, qui siamo tutti d’accordo mi pare.

Il punto in questione è un altro. il rapporto tra la donna/mamma e il lavoro/carriera (che pure sul concetto di carriera bisognerebbe specificare meglio…)

Ad una domanda del genere a me viene innanzitutto da rispondere con altrettante domande:

Perché dovrei rinunciare alla carriera per i figli? Chi me lo chiede?

 

La prima cosa che in questa domanda mi infastidisce è il concetto di rinuncia. Si rinuncia a qualcosa a cui tendenzialmente si tiene e questo molto spesso causa dolore o insoddisfazione. Non augurerei mai alle mie figlie da adulte di dover rinunciare a un lavoro che amano, per il quale hanno magari studiato molto, faticato, un lavoro che le soddisfa e le gratifica. Non vorrei che rinunciassero a nulla, per la verità, non solo al lavoro. Vorrei che avessero sempre garantita la possibilità di scegliere, la possibilità di decidere liberamente la miglior soluzione per la loro vita. Ma scegliere significa avere davanti a sé due strade ugualmente percorribili: posso fare la mamma che lavora oppure posso fare solo la mamma.

 

Se invece mi si chiede di rinunciare a qualcosa il messaggio che passa è: non puoi avere entrambe le cose perché sono inconciliabili, quindi devi sacrificarne una. Ma perché? Chi lo dice?

La grande sfida non dovrebbe essere quella di rinunciare alla carriera per i figli, ma di pretendere che cambino le logiche lavorative attuali (basate sul presenzialismo, la quantità di ore passate alla scrivania, il cartellino da timbrare) e il contesto sociale che rendono difficile, se non impossibile,  la conciliazione di  carriera e famiglia al punto tale che nessuno dovrebbe sentirsi rivolgere più questa domanda.

 

Inoltre, la mancanza di aiuti e di servizi alla famiglia pesa molto su queste decisioni, così come pesano ancora trppo i sensi di colpa.

Perché al concetto di “fare carriera”, specie se legato allo donna/madre, si tende a dare sempre un’accezione negativa, dispregiativa? Cosa che non succede mai quando si parla di un uomo in carriera.

Quando si dice “quella mamma in carriera” di solito lo si dice per sottolineare un comportamento sbagliato, delle mancanze verso la famiglia e verso i figli. Ieri sono state dette cose durante il dibattito tipo “queste mamme che hanno sete di carriera e lasciano i figli a scuola ritirandoli per ultimi alla sera” oppure ancor peggio “questi adolescenti di oggi cresciuti davanti alla tv sono tutti disadattati”.

 

Bisogna però anche dare un senso a questo termine: carriera. Cosa si intende per carriera? Quali professioni, quali livelli? Fare carriera significa svolgere un lavoro nel quale vi sia possibilità di crescita professionale, obiettivi da raggiungere, possibilità di avanzamento per conquistare nel tempo anche posizioni di responsabilità.

Carriera non è solo fare la Marissa Meyer della multinazionale di turno o l’attrice di Hollywood che gira il mondo con figli e tate al seguito (ma beata lei dico io!)

E quindi, la maggior parte delle donne che lavora è, a mio parere, in carriera. Dovrebbero tutte rinunciare a quello che hanno costruito?

Ma, provocazione delle provocazioni, le semplici impiegate che lavorano 9 ore al giorno (pausa pranzo inclusa) e che tornano a casa alle 19 di sera non dovrebbero lasciare il lavoro per i figli, vero? Perché in fondo non sono mica in carriera, loro.

E invece no, pure loro dovrebbero stare a casa, come minimo scegliere un part time, o lasciare il lavoro almeno per i primi anni dei figli (poi certamente quando vogliono tornare nel mondo del lavoro gli spalancano i portoni), “perché i figli vengono prima di tutto” (concetto espresso proprio ieri durante il dibattito…).

 

Ma perché mai nessuno guarda con occhio contrariato un padre in carriera?

Perché nessuno chiede a un padre di famiglia se “rinuncerebbe alla carriera per i figli”?

 

Quindi la mia risposta è di nuovo NO, non si deve rinunciare al lavoro per i figli ma pretendere che questa cultura cambi.

In altri stati europei, penso ai paesi nordici, credo che nessuno si sognerebbe mai di chiedere a un dirigente o a una manager di rinunciare alla carriera per i figli. Questo perché? Innanzitutto perché famiglia e lavoro hanno la stessa importanza, è importante il tempo dedicato al lavoro quanto ugualmente importante quello dedicato alla famiglia. In secondo luogo, perché il rispetto verso l’individuo è talmente alto che si guarda al suo benessere, il cosiddetto well-being, e si mettono in pratica soluzioni lavorative in grado di tutelare questo benessere attraverso logiche di work life balance che qui in Italia ancora ci sogniamo (tranne alcune eccezioni…)

Tempo fa ho avuto modo di parlare con una responsabile italiana di una nota azienda svedese che mi spiegava come anche la riunione più importante, tenuta dal Direttore Supremo, alle ore 17 si conclude perché tutti, uomini e donne, hanno ALTRO da fare, pensare alla famiglia, ai figli ma anche alla VITA che hanno al di fuori del lavoro. E’ proprio una visione differente dalla nostra. Nel nostro paese se tutto va bene le riunioni iniziano alle ore 17…

 

Che poi io ieri volevo anche parlare di esempi positivi, di aziende illuminate e di best practices, di mamme che dopo la maternità hanno dato vita a nuovi progetti e a nuove imprese, riuscendo a costruire “carriere” equilibrate e adeguate alle loro famiglie.

Volevo dire che essere il modello per i propri figli è una responsabilità enorme e che di sensi di colpa ne abbiamo già tanti, la società può pure smetterla di mettere sempre il carico da 90 su qualsiasi argomento che riguardi mamme-figli.

Volevo dire che io non lavoro solo per portare uno stipendio a casa, grazie a Dio io lavoro anche e soprattutto perché mi piace quello che faccio, mi fa stare bene.

Ma queste cose non si possono dire, in Italia proprio no.

 


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