Dal nido alla materna: delega educativa, addio! | Mammeacrobate

Ospitiamo con piacere un interessante guestpost di Paola Liberace, autrice del libro Contro gli asili nido. Politiche di conciliazione e libertà educativa (leggete qui la sua intervista). Il tema di questo post apre a molte riflessioni, aspettiamo i vostri commenti e opinioni.

A dire la verità, il passaggio dal nido alla materna non ha fatto che irrobustire le mie convinzioni. No, non si tratta di contrarietà ai nidi – come pensa ancora qualcuno che si è fermato al titolo del mio libro – ma dell’ illusione della delega educativa, che si dimostra sempre più labile man mano che il tempo passa e i bimbi crescono (e le mamme invecchiano, si sa…). In altre parole, se fino ai tre anni di vita sembra possibile risolvere i problemi di conciliazione affidando i bambini alle educatrici, se non per tutta, per la gran parte della giornata, con l’ ingresso alla scuola dell’ infanzia questa apparenza si scioglie come neve al sole.

Non è solo una questione di orari: è vero, le scuole aperte fino alle 18 si contano sulla punta delle dita, e sono soprattutto private (ma molte, anche pubbliche assicurano il “ servizio” almeno fino alle 17); fare affidamento solo su di esse, se si lavora a tempo pieno e in una grande città, è
quasi un’ utopia. Ma a ciò si aggiunge il fatto che la frequenza di una scuola dell’ infanzia non è più semplicemente un fatto di organizzazione il più possibile piacevole del tempo extrafamiliare dei bimbi. I bambini da tre a sei anni iniziano un vero e proprio percorso formativo, che implica
da parte loro un impegno fino a quel momento non richiesto (contrariamente a quanto di solito si sostiene a proposito dello scopo “ formativo” dei nidi d’ infanzia: e per fortuna, aggiungerei) e una presenza più assidua. Non solo la loro presenza a scuola; ma anche quella dei loro genitori, dei
quali si richiede di fatto un coinvolgimento superiore rispetto alla semplice informazione, all’ atto di prelevare il bambino, sul menu del pranzo e sulla ninna pomeridiana.

Con la scuola dell’ infanzia si apre un meraviglioso mondo di incontri, riunioni, confronti, feste, che non riguarda solo il bambino, ma anche e soprattutto i suoi educatori primari, i genitori. Gestire questo carico di partecipazione, e la relativa responsabilità, semplicemente demandandolo ai nonni (o addirittura alle tate) comincia a suonare riduttivo. D’ altro canto, le stesse esigenze del bambino, le sue reazioni all’ ambiente, agli stimoli e alle esperienze si fanno più elaborate, sempre più difficili da soddisfare per interposta persona. O per meglio dire, è l’ espressione di queste esigenze che diventa più esplicita rispetto alla fase della prima infanzia, quando la stessa reazione alla separazione dalla madre – e parlo di reazione profonda, non dei primi cinque minuti di disperazione – resta difficile da decifrare per i non “ addetti ai lavori” . Tanto difficile da generare la durevole impressione di una sostanziale accondiscendenza del bambino di fronte alla delega della sua cura: impressione tanto rassicurante quanto potenzialmente fallace.
Ricordo quando, di fronte alle mie rimostranze di neomamma riluttante a passare, a pochi mesi di vita, dalla cura quotidiana e personale dei miei figli a una separazione estesa per dieci-undici ore al giorno, molte amiche e mamme più “ navigate” mi obiettavano che i bambini hanno tanto più bisogno di attenzioni quanto più crescono. Di fronte alla prima esperienza con la scuola dell’ infanzia mi sembra invece di poter dire che questo bisogno non cambia mai, ed è sempre grande, enormemente grande. Cambia semmai la nostra percezione di questo stesso bisogno, che con l’ ingresso alla scuola dell’ infanzia si fa più pressante, meno eludibile, più evidente. Tanto evidente da minare alla base il progetto di una conciliazione tra famiglia e lavoro basata unicamente sulla delega educativa, come quella che si continua a proporre da più parti, e che dopo i tre anni
stride ancora più sonoramente con la realtà e le esigenze crescenti dei bambini.

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