Di emozione in emozione: tristezza, collera, gioia e il termometro delle emozioni | Mammeacrobate

di emozione in emozione il termometro delle emozioniDi emozione in emozione per raccontare le tappe dello sviluppo emotivo dei bambini, in compagnia di una pedagogista, una mamma blogger e di Chicco.


 

Tra il quarto e il sesto mese, assistiamo a grandi progressi del nostro bambino: non solo ogni giorno impara a fare qualcosa di nuovo a livello motorio, ma soprattutto è più attento all’ambiente circostante e interagisce in modo più attivo. Un’improvvisa rabbia, un velo di tristezza, una grande gioia: il suo volto si dipinge di tante emozioni diverse e il corpo aiuta ad esprimerle, in modo che risulta più semplice capire cosa prova per chi si prende cura di lui.

 

>          Un bambino per quanto piccolo è una persona che prova emozioni, anche molto intense. Rispettiamo le sue emozioni, osserviamo e ascoltiamo: il bambino parla di sé e dei suoi bisogni attraverso di esse. Chiediamoci: “Cosa sta provando?”

 

>          Il bambino non sa come si chiama quella sensazione che sta provando. Ha bisogno di noi. Fin da quando è piccolissimo parliamogli e diciamogli “Sei triste”, “Sei tanto arrabbiato!”, “Oh come sei felice”. Aiutiamolo a dare un nome a ciò che sente, diciamogli cosa proviamo noi: all’inizio coglieranno solo il tono della nostra voce, ma crescendo, impareranno a riconoscere le emozioni che abitano in loro e a comunicarle.

 

>          Il neonato non ha la capacità di essere consapevole e di gestire le sue emozioni: non può valutare le situazioni in modo oggettivo, non ha capacità di previsione, non sa che l’emozione non lo distruggerà. Siamo noi che, con la nostra presenza rassicurante, dobbiamo fargli sentire che non bisogna aver paura di ciò che si prova, che si può essere tristi, felici, arrabbiati, impauriti. Che le emozioni sono transitorie: come sono venute, passano. Accogliamo e sosteniamo serenamente il nostro bambino quando sente emozioni forti. “Puoi essere triste, felice, arrabbiato, spaventato”

 

Aiutare i nostri figli a riconoscere e attraversare le proprie emozioni è una meravigliosa avventura che ci mette in connessione autentica coi nostri figli, ma ci ‘obbliga’ a fare i conti con le nostre emozioni, con la consapevolezza che ne abbiamo, col permesso che ci diamo di provarle  e con la nostra capacità di esprimerle. E “non possiamo aiutare un bambino a crescere, senza crescere noi stessi” (I. Filliozat)

 

Di Barbara Laura Alaimo – pedagogista

 

 

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Emozionante.

Decisamente essere genitore è una delle avventure più emozionanti della vita.

Ma è anche una delle più spiazzanti, soprattutto durante i primi mesi, quelli in cui ti trovi in mano questo fagottino urlante e non riesci a capire cosa vuole da te.

Ida è sempre stata una di quelle bimbe “ad alta richiesta” come le definiscono in ospedale: succhiava tanto, dormiva poco (anche ora la chiamo “Formica Atomica”), aveva coliche e reflusso, oltre che un caratterino già da allora niente male.

Non è stato facile ma una volta eliminati i problemi fisici le cose sono migliorate, lei è cresciuta e ha iniziato a manifestare con più chiarezza quello che voleva.

E ho capito che con quell’affarino in giro per casa la vita non sarebbe stata semplice: “voglio” e “no” sono sempre state espressioni molto chiare nel suo vocabolario, anche quando di vocaboli non ne diceva affatto.


Ma la cosa che ci fregava più di tutte era la stanchezza.

Il reflusso nei primi nove mesi aveva innescato di notte un circolo vizioso difficile da scardinare: allattavo, dovevo tenerla dritta almeno mezz’ora perché potesse digerire e mi addormentavo seduta sul letto con lei dritta in braccio che si addormentava a sua volta. E questo si ripeteva ogni due ore perché Ida non ha mai dormito di più fino ai 20 mesi.

Non che non fosse stanca, ma come sempre, già da allora era un’entusiasta, una curiosona e dormire era una perdita di tempo.

Ancora oggi fa così: “Mamma non voglio dormire, devo fare delle cose!”.

Quindi figuratevi a pochi mesi, quando alla stanchezza si aggiunge la rabbia di non potersi gestire, e la rabbia non la riconosci e quindi si aggiunge la paura che ti fa arrabbiare ancora di più…fino a quelle crisi infinite che tutti i genitori conoscono bene e che tendiamo a chiamare capricci mentre è solo stanchezza mista a frustrazione.

Lo dico sempre a Ida: “È dura essere piccoli vero?”.

Non sono mai stata una grande fan del succhietto prima di vivere questi momenti con Ida.

Pensavo che fosse un’invenzione moderna e basta.

Ma poi con le ragadi, con lei che a 5 mesi aveva due denti e il terzo in uscita e mordeva, con le notti che non finivano mai passate ad allattare…sì, il succhietto lo avrei dato volentieri!

Ma Ida non voleva nemmeno quello così ho dovuto fare l’unica cosa possibile: aspettare.

E ha funzionato. È cresciuta, ho smesso di allattare, ha iniziato a parlare e anche se ancora oggi è la mia “Formica Atomica” ci sono quasi quotidianamente momenti come quello di ieri sera in cui ci sediamo sul pavimento e lei mi confida i suoi problemi, i suoi dubbi, le sue piccole (ma ai suoi occhi enormi) difficoltà.

E io mi rendo conto della donna che sta crescendo in lei.

E la amo sempre di più.

 

Di Sara Salvarani – Mammachetesta

 

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il termometro delle emozioni: pollice o succhietto?

 

 

photo credit: Jack Fussell via photopin cc


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