Riflessione sulla Scuola Italiana | Mammeacrobate

Questo post partecipa alla Giornata di blogging sulla Scuola Italiana


Mi hanno chiesto di scrivere di scuola. Dovrebbe essere un argomento “facile” per me, visto che la scuola è il luogo dove ho trascorso più anni nella mia vita. Dalle elementari all’università sono passata da una piccola scuola dell’hinterland milanese, colorita di dialetti e provenienze, a un’angusta e fobica scuola media della brianza monzese dalla quale,  attraverso un liceo linguistico privato con una classe di sole donne gestito da preti, sono approdata alla più affollata facoltà dell’Università Statale di Milano, dove nel 2002 ho concluso la mia lunga carriera di studentessa.
Ho studiato per vent’anni. E nonostante questo se guardo alla scuola di oggi mi scopro ignorante.

 

Ho avuto un’unica maestra, che era come una seconda mamma, mi sono diplomata in “sessantesimi”, mi hanno proclamata “dottore” senza che dovessi prendere alcuna laurea intermedia, insomma sono stata una delle ultime persone a conoscere un modello di scuola che oggi non esiste più e che ha ceduto il passo a un nuovo ordinamento, che conosco poco e che come madre tra qualche anno mi troverò ad affrontare.

Ma da ex studentessa guardo con rimpianto e orgoglio agli anni della scuola, rivedo i volti degli amici, quelli dei miei insegnanti, ripenso all’entusiasmo per quello che imparavo, e ai miei piccoli grandi successi.

 

 

Amavo andare a scuola, amavo studiare. Mi piaceva svegliarmi la mattina, trovarmi con i miei compagni e imparare cose nuove. Amavo le piccole competizioni di ogni giorno, che sfociavano poi nel confronto e nella collaborazione. Le interminabili riflessioni, i giochini sottobanco nell’ora di religione, e il maturare di sogni e ideali che sentivo miei e che coltivavo con forza e con passione.
La scuola per me è stata un luogo importante. E’ lì che ho imparato tutto o quasi.


E non parlo solo di nozioni, di materie. La scuola è il luogo dove si impara a stare con gli altri, il luogo dove sbocciano le prime amicizie, i primi amori, dove si affermano giovani personalità pronte ad emergere. La scuola è una fonte dalla quale si può attingere molto, è un’occasione unica nella vita per dedicarsi ad ampliare la propria mente senza doversi occupare di nient’altro.

 

La scuola è una chance. La scuola è democrazia. La scuola è un diritto, lo è per tutti, ed è un dovere per noi genitori e per tutti i cittadini difenderla e custodirla e fare in modo che niente e nessuno possano impedire ai nostri figli di goderne.


Eppure mi trovo a vivere in un paese dove il primo ministro, nella propria funzione istituzionale, si permette di declassare la scuola pubblica, di accusarla, di sfiduciarla.
Un paese dove si sono tagliati i finanziamenti all’istruzione perché la cultura non si mangia, un paese dove chi ha studiato con passione e motivazione e ambisce a una carriera da ricercatore, si trova spesso a lavorare senza uno stipendio, dovendo magari pagarsi un’assicurazione privata per poter frequentare l’università.
Penso ai dottori sui tetti di qualche mese fa e mi chiedo coi pugni chiusi come si possa definire moderno un paese in cui non c’è tutela per la cultura e la scienza. Dove chi ha veramente mostrato di essere meritevole, è costretto a fuggire all’estero per cogliere i frutti del proprio impegno.
Dove i laureati sono una casta ai margini del mercato del lavoro, che anziché premiarli, li considera come un costo.

 

Sono stata una studentessa modello, perché amavo lo studio, perché studiare era il modo migliore per crescere, perché studiare apriva la mia mente, perché studiare mi rendeva libera.
Amavo la scuola perché era veramente meritocratica: chi studiava passava e chi non studiava doveva affrontarne le conseguenze.
Forse sono stata incredibilmente fortunata, ma ricordo quasi tutti i miei insegnanti con stima e ammirazione. Erano quasi tutti persone libere e appassionate, che si dedicavano all’insegnamento come si fa con una vocazione e la loro passione si è trasmessa ai loro studenti.

Penso a loro, quando ascolto il Premier, e alle mie amiche precarie con un’infinita pazienza e un’enorme passione che ogni anno (da dieci anni e più) a due giorni dall’inizio dell’anno scolastico, sono costrette ad assembrarsi nelle sale d’aspetto del Provveditorato agli Studi, con un numerino in tasca, ad attendere senza nemmeno la consolazione di una pausa, un colloquio di due minuti “prendere o lasciare” per vedersi assegnare le prime ore disponibili da un planning preparato senza alcun tipo di logica razionale.
Penso a loro e a quanto facile sia giudicare un lavoro che è un’enorme responsabilità e a con quanta leggerezza si possa equiparare l’educazione di giovani nel pieno della loro crescita emotiva e intellettuale a un qualsiasi altro lavoro.
Penso a loro e guardo mio figlio piccolo e innocente e mi auguro che ci sia ancora qualcuno che avrà passione e motivazione quando lui varcherà la soglia della sua prima classe.
Perché gli insegnanti ci cambiano, perché lo studente di oggi sarà l’uomo o la donna di domani.
Penso a loro e a tutti i precari della scuola pubblica e mi auguro che la classe politica possa rendersi conto che la cultura vale più del pane, perché è la sola risorsa sulla quale un Paese può contare per andare avanti.

Guardo mio figlio e spero che possa frequentare una scuola pubblica, democratica, multietnica e poliedrica.
Spero che possa conoscere persone di altre provenienze e altre culture, persone più ricche e più povere di lui, provenienti da famiglie molto colte oppure da famiglie molto umili.
Spero questo perché solo con il confronto si cresce, solo conoscendo la diversità, si può avere uno sguardo sereno sul mondo.
Spero che non sia recluso in una “scatola” di soldatini dove tutti sono uguali e dove il diverso fa paura e per questo viene emarginato.
Spero che possa imparare e diventare un Uomo libero, grazie alla conoscenza, perché la conoscenza è coscienza e libertà.
Senza si è ciechi e schiavi.

Francesca

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