Problem solving: come aiutare i figli ad affrontare i problemi?

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L’istinto di protezione ci predispone, come genitori, a risolvere sempre i problemi dei nostri bambini, a tirarli fuori dai guai, a non farli soffrire. Se lo facciamo nel modo giusto, in effetti,  aiutare i bambini a risolvere i problemi fa bene anche a noi, sai perché? Perché, se si sentono sostenuti, i nostri figli saranno anche più disposti ad aiutare noi quando abbiamo un problema, magari modificando il loro comportamento.

Aiutarli, però, non significa risolvere il problema al posto loro, ma mostrargli la strada da seguire, le fasi che possono condurre alla soluzione del problema e che, di solito, sono queste:

  1. Individuare il problema;
  2. Definire possibili soluzioni;
  3. Valutare le soluzioni proposte;
  4. Prendere una decisione, raggiungere un accordo;
  5. Metterla in pratica;
  6. Verificare che la soluzione funzioni.

Si tratta delle sei fasi del processo di problem solving, che ognuno di noi mette in atto più o meno consapevolmente ogni volta che ha un problema, o che si trova a risolvere bisogni non soddisfatti.

Se noi per primi affrontiamo i nostri problemi in questo modo e mostriamo ai bambini come fare altrettanto con i loro, o con le questioni che ci coinvolgono entrambi, li aiuteremo a diventare autonomi e a esercitare il pensiero critico, a prendere decisioni in modo efficace e sensato.

Aiutare i bambini con i loro problemi, inoltre, limita il rischio che questi assumano comportamenti antisociali e dannosi per se stessi e per gli altri, comportamenti che spesso nascono dal sentirsi frustrati, insoddisfatti, incompresi, e non ascoltati dagli adulti di riferimento.

Aiutarlo… non sostituirci a lui!

C’è da chiarire che a noi adulti spetta solo il compito di assistere il bambino nella soluzione del problema, non di sostituirci a lui. E questo è più complicato di quanto si possa credere, data la nostra voglia irrefrenabile di risolvere i loro problemi secondo il nostro personalissimo punto di vista. Invece no, dobbiamo guidarli standogli accanto, ma lasciando a loro il comando.

Se con i bambini molto piccoli il processo è fatto principalmente di indicazioni non verbali e il nostro intervento è fondamentale, con i più grandi possiamo puntare sull’autonomia, mantenendo al minimo il nostro coinvolgimento diretto.

Guarda questo esempio, tratto da Né con le buone, né con le cattive” di Thomas Gordon, di una conversazione tra insegnante e alunno:

Alunno: ho dimenticato a casa la roba di matematica.
Insegnante: Questo è un problema.
Alunno: Sì, ho bisogno del mio libro di matematica e del foglio su cui stavo scrivendo!
Insegnante: Mi chiedo come possiamo fare.
Alunno: Potrei chiamare mia mamma e chiedere di portarmeli, ma certe volte non sente il telefono.
Insegnante: Quindi forse non va bene…
Alunno: Potrei farmi dare un libro dalla biblioteca e prendere un foglio di carta nuovo, dato che mi ricordo a che pagina ero.
Insegnante: Mi pare che tu abbia risolto il problema
Alunno: Sì

Vanno poi valutate le capacità di ogni bambino di passare da solo da una fase all’altra del problem solving, a seconda dell’età e del livello di maturità di ognuno, ed è fondamentale non forzarlo.

Un litigio con un amico, una dimenticanza, la paura di qualcosa, un insegnante che non lo ascolta… i suoi problemi possono essere diversi.

Limitiamoci ad aiutarlo a passare da una fase all’altra del problem solving, se ce n’è bisogno, con domande specifiche, che riescano a tirar fuori quello che lui pensa sia giusto o più conveniente fare. Non immischiamoci nel contenuto del problema, ma sosteniamolo nell’identificare le fasi della sua soluzione, e nel passare dall’una all’altra.

Problem solving: quali domande per aiutarlo?

Gordon ce ne suggerisce qualcuna:

  1. Ti sembra di capire bene qual è il problema? Sei pronto a pensare a possibili soluzioni?
  2. Credi di aver esaurito le soluzioni possibili? Hai idee sufficienti per iniziare a valutarle?
  3. Mi sembra che tu sappia qual è la soluzione migliore.
  4. Ti sembra di preferire una delle soluzioni proposte?
  5. Ora che hai scelto la soluzione migliore, cosa devi fare per metterla in pratica?
  6. Ora pensa a come farai a sapere se la tua soluzione funziona davvero.
  7. Potresti stabilire un momento per valutare se la tua decisione stata buona.

Certe volte però, quando un bambino viene a raccontarci il suo problema non sta cercando una soluzione, ma solo qualcuno disposto ad ascoltarlo e accoglierlo, a confermare quello che lui sente. Se riusciamo a farlo, lui si sentirà accettato davvero come persona e potrà fare un passo in più verso la sua indipendenza.

In fondo è proprio quello che desideriamo per lui, vero?

photo credit: Upcycletrend – pixabay


Autore del post

Insegnante, autrice e blogger fondatrice di mammeimperfette.com, mamma entusiasta, e a tratti ancora incredula, di Fabio e Marco. Appassionata e avida studiosa di autostima per bambini, ne scrivo spesso sul mio blog e ho raccolto i consigli pratici più efficaci per svilupparla nell’ebook “Mamma, io valgo!” e nei video del Percorso Aiedi. “Aiedi” è l’approccio che seguo per accompagnare i miei figli nella crescita, in cui autostima, intelligenza emotiva e autodisciplina sono le tre risorse indispensabili da favorire nei bambini per aiutarli a crescere sicuri di sé, autonomi e capaci di essere felici. Due maternità nel giro di 18 mesi mi hanno cambiato la vita, in meglio, e mi hanno portato a riflettere su chi volevo davvero diventare “da grande”. Decisamente imperfetta e con tanta voglia di migliorare, sono convinta che se vuoi che le cose cambino, tu devi cambiare.