L'importanza del gioco per i bambini - Mammeacrobate

 

Studi scientifici ed evidenze empiriche ci hanno da tempo portato a considerare il gioco non più come un’attività poco rilevante, ma come una occupazione serissima per i bambini, anzi lo si può addirittura paragonare a ciò che il lavoro rappresenta per gli adulti.
Il bambino considera labile il confine esistente tra realtà e fantasia, tra serietà e finzione e gioca per il puro piacere di farlo, perché lo fa star bene, ma in realtà così si allena a diventare adulto, si prepara alla vita, sperimentando la complessità della realtà in una dimensione semplificata e protetta.

 

Tutti i genitori hanno, prima o poi, provato lo stress del giocattolo che il bambino piccolo lancia ripetutamente dal seggiolone, ma nessun gioco, in fondo, è scelto a caso. Il bambino si diverte a vedere la madre che lo raccoglie e glielo restituisce e, nel frattempo, sta imparando ad affermare la propria volontà e a manipolare gli oggetti, acquisendo padronanza sul mondo esterno (e spesso anche su chi lo circonda…!). Anche il gioco del “cucù” è importantissimo, perché rassicura i più piccoli che ciò che scompare anche temporaneamente dalla vista non è andato via per sempre (e ciò vale anche quando la mamma si allontana).

 

 

Per i bambini, giocare è quasi istintivo, un modo naturale di entrare in contatto con gli altri fin dai primi mesi di vita, quando, con sorrisini e gridolini, il neonato si agita in risposta alle moine amorevoli di chi se ne prende cura. Il diritto al gioco è sancito anche dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e rispettarlo equivale a rispettare il diritto del bambino ad essere tale.

Il gioco allena l’immaginazione, la creatività, l’abilità manuale, l’ingegno, l’attenzione e anche il linguaggio. Favorisce una crescita armoniosa, perché aiuta a sviluppare abilità motorie e fisiche, ma anche intellettive, oltre ad avere una funzione strutturante dell’intera personalità.

 

Da un punto di vista non solo sociale, il gioco attraversa diverse fasi corrispondenti alla crescita del bambino, infatti Stanley Hall (psicologo e pedagogista statunitense), lo considera una sorta di “ricapitolazione”, perché ogni individuo è come se ripercorresse nell’infanzia tutte le diverse tappe dell’evoluzione della specie umana.

I più piccoli non sono in grado di giocare veramente insieme ad altre persone. Il primo strumento di gioco preferito dai bambini è il proprio corpo, che si divertono a muovere, scoprendo con entusiasmo com’è fatto e imparando a distinguere il proprio essere dal mondo esterno. Poi, man mano, iniziano ad interessarsi anche a chi li circonda e agli oggetti che con curiosità toccano e portano alla bocca, per una conoscenza che risulta essere multisensoriale. Solo verso i due anni di età, un bambino abituato a stare con altri bambini può iniziare a passare da un gioco cosiddetto “parallelo” ad un’iniziale interazione, anche se un vero e proprio gioco collaborativo sarà di solito possibile solo dopo i sette anni. Giocare insieme ai coetanei dà la possibilità di imparare il valore delle regole e del rispetto del proprio turno e degli altri e l’esistenza di un codice di comportamento (che va rispettato, se non si vuole essere isolati dal gruppo). Giocando, si impara a perdere e a capire che non sempre si riesce a fare le cose al primo tentativo, perciò bisogna avere pazienza e costanza. Si impara anche a conoscere le proprie potenzialità e i propri limiti, ad avere fiducia nelle proprie capacità e ad essere l’autonomo, ma anche a collaborare e a fidarsi degli altri.

 

Osservando un bambino giocare, si può conoscerlo meglio, perché attraverso il gioco il bambino esprime sé stesso, riuscendo ad elaborare e tirar fuori emozioni e sentimenti meglio e prima che a parole (rabbia, paure, angosce, ma anche sentimenti positivi) e manifestando anche tendenze, preferenze e inclinazioni. Con la “terapia del gioco”, infatti, si aiutano i bambini a superare blocchi emotivi e traumi, sfruttando la forte valenza simbolica che può assumere l’attività ludica. Le paure e le difficoltà vissute, per esempio, durante un ricovero ospedaliero, si elaborano meglio e si ridimensionano se il bambino si improvvisa dottore e fa alla sua bambola delle siringhe, sentendosi padrone della situazione e non angosciosamente dominato dagli eventi e da persone sconosciute. Il gioco assume, dunque, una funzione catartica, perché aiuta a scaricare ansie, aggressività, paure e aiuta anche a canalizzare eccessi di energie.

 

Qual è il ruolo dell’adulto nel gioco del bambino?

 

Fin dai primi mesi di vita, andrebbe promossa l’autonomia del gioco. A volte i bambini più piccoli possono intrattenersi piacevolmente diversi minuti anche solo fissando un raggio di sole o un orologio a pendolo, ma è possibile anche mettere a loro disposizione un gioco o qualsiasi oggetto sicuro che si trova in casa. L’importante è non intervenire né interferire se non ce n’è davvero bisogno e, in tal modo, dar loro la possibilità di esercitare la fantasia e la creatività, ma anche l’autostima, la capacità di organizzazione e l’indipendenza. Saper giocare anche da solo, infatti, è per il bambino (e anche per il genitore) una grande conquista. Certo va bene un incoraggiamento ogni tanto, ma abituare il bambino a continue “imbeccate” e intromissioni non solo significa limitare la sua spontaneità e la sua fantasia.

 

Ci sono, comunque, bambini che amano giocare da soli fin da molto piccoli e altri che, invece, dimostrano maggiori insicurezze e indecisioni, ma, a parte una questione di carattere, è anche una questione di “allenamento”.
Quanto appena detto, però, non significa che, comunque, un genitore non debba sempre far in modo di trovare del tempo per giocare con i propri figli, anche perché ciò infonde loro sicurezza e protezione, oltre che renderli felici. È importante, però, che il genitore non faccia finta di giocare con il proprio bambino, magari mentre pensa al lavoro o a cosa preparare per cena. Il bambino riesce a percepire il grado di coinvolgimento dell’adulto e merita, perciò, che egli gli si dedichi in maniera assoluta, anche se solo per mezz’ora. Giocare con un bambino non deve significare sostituirsi a lui o intervenire se il gioco non procede come previsto. Il gioco del bambino, infatti, va dall’adulto promosso, stimolato e sostenuto con attenzione per sfruttarne a pieno le potenzialità, ma la spontaneità va assolutamente preservata.

Spesso fa comodo ai genitori sempre più acrobati tra mille impegni, sfruttare tv e videogiochi come babysitter e, spesso, capita di sentire i genitori ammettere di non sapere come giocare con i propri figli e sentirsi anche quasi a disagio nel farlo. Basterebbe liberare la mente da ogni pensiero e tornare a quando si era bambini, lasciandosi andare ed essendo spontanei. Giocare e ridere insieme fa sentire uniti come non mai e può regalare momenti di altissima qualità, anche se non si ha a disposizione molto tempo, perché in fondo anche cucinare o rassettare la casa possono diventare un’attività divertente!

 

di Mariapaola Ramaglia, educatrice

 

Fonti:
Bertamini, Iacchia, Rinaldi, Rezzonico, Gioco, Socialità e Attaccamento nell’esperienza infantile, Franco Angeli
Bettelheim Bruno, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli Editore, 1998
Fabbroni Franco, Montanari Flavio, La città educativa e i bambini, Franco Angeli, 2006
Materiale per esame di Ludoteconomia, presso Università Telematica Niccolò Cusano

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