Dai vita ai tuoi sogni. Ecco il consiglio di Marina Salamon | Mammeacrobate

Qualche settimana fa sono stata a Firenze a PittiBimbo e alla presentazione di una nuova linea di abbigliamento per bambini, BREST, del gruppo Altana. La collezione è davvero molto bella e dalle foto presenti in questo post potete farvene un’idea. Ma quello che mi ha più colpito durante quell’evento è stato conoscere Marina Salamon, donna eccezionale, carismatica, passionale, fondatrice del gruppo Altana e di altre aziende come Doxa e Connexia, quindi grande imprenditrice, nonché mamma di 4 figli. 

Marina ha presentato in quell’occasione il suo libro, edito da Mondadori, “Dai vita ai tuoi sogni” e le sue parole mi hanno così colpita e a tratti commossa che non ho potuto non pensare di intervistarla per farvela conoscere meglio.
Ecco qui, Marina Salamon.

 

Le mamme che ci leggono sono “acrobate”, impegnate ogni giorno nel difficile compito di tenere in equilibrio lavoro, figli, famiglia, casa, marito, amici, parenti. Lei è riuscita – sembra con successo e lo racconta nel suo libro – a conciliare la sua carriera da imprenditrice con una numerosa famiglia. È stato difficile? Come ci è riuscita? Chi l’ha aiutata?

Facile non lo è mai, ma la prima persona a cui ho chiesto aiuto è stata me stessa. Ho imparato a rafforzare la mia autostima, a volermi bene. Una cosa di cui si sente la mancanza. Le mamme in Italia, più che in altri paesi, si confrontano quotidianamente con difficoltà oggettive e c’è bisogno di sperimentare nuove forme di conciliazione. Ma penso anche che quello che non ci hanno insegnato – citando Obama – è che “Yes, we can”, che ce la possiamo fare.

Credere in noi stesse fa la differenza. Il lavoro, la casa, i figli che crescono ci portano a metterci continuamente in discussione e allora è su di noi che dobbiamo lavorare, perché purtroppo, si sa, le difficoltà ci sono.

Oltre a questo è importante renderci conto che non siamo infallibili e soprattutto che non siamo sole. Non bisogna vergognarsi ad ammettere le proprie fragilità, la fatica e a chiedere aiuto, un aiuto che io ho trovato in altre donne, mamme come me con cui condividere le esperienze e raccontarsi.

Il rispecchiamento, il fatto di sapere di non essere le uniche a provare certi sentimenti e sensazioni è fondamentale e lo vedo nelle tante mail che ricevo, che sono per me ogni volta fonte di crescita. Ho avuto modo di capire quanto la rete sia importante grazie anche ai momenti di socializzazione dei miei figli, durante le attività sportive ad esempio, un’occasione in cui ho incontrato altre mamme con cui mi sono confrontata e insieme abbiamo capito quanto la rete può fare, com’è possibile, insieme, trovare soluzioni ai problemi che tutti noi genitori, soprattutto quando arriva l’adolescenza, ci ritroviamo ad affrontare.

In un attimo siamo una comunità. Spesso funziona anche come terapia di gruppo, fare qualcosa insieme per i nostri figli si rivela utile non solo per loro, ma anche per noi. Sarebbe bello se all’ingresso delle scuole, delle parrocchie, dei luoghi in cui si fa sport, ci fosse un bel cartello con scritto “Io sono qui”, per gli altri genitori, che possono trovare un sostegno, aiutarsi l’un l’altro. Ad esempio nella nostra parrocchia, abbiamo organizzato una biblio-videoteca, dove i ragazzi possono incontrarsi, fare attività e passare del tempo insieme. E le mamme cosa fanno? C’è chi da lezioni d’inglese, chi si preoccupa dei materiali per le attività, ognuno porta qualcosa, una rete di volontariato che funziona. Se si vuole, sono tanti i modi per combattere l’infinita solitudine di bambini e adolescenti, ma anche di noi genitori. Casa mia poi, è sempre aperta ai ragazzi… sono oramai abituata a preparare sei chili di ragù alla volta!

 

Nel nostro Paese i servizi a sostegno della famiglia sono sufficienti, a suo giudizio, o si può fare di più?

Penso che ciò di cui abbiamo bisogno è più coraggio nel riprogettare vari aspetti del welfare. La spesa dello Stato italiano nell’istruzione è identica a quella di Germania e Francia, dove però i servizi sono diversi. Credo sia necessario riformulare il modo di fare scuola per venire sì incontro alle esigenze delle famiglie, ad esempio in termini di orari e costi, ma soprattutto a quelle dei bambini. Ma non è solo questione di denaro, quando parlo di cambiamenti, intendo anche altro. La scuola è vista e vissuta soprattutto dal punto di vista della didattica, ma non è solo quello. Il tempo pieno, ad esempio, potrebbe essere dedicato anche ad altro, sono tante le attività a cui pensare, perché l’apprendimento passa anche dallo stare insieme in attività educative diverse, che hanno comunque una funzione formativa. Se si può fare di più? Si può fare di più anche dal basso, impegnandoci noi come genitori per primi.

Dobbiamo essere più flessibili e collaborare.

Ad esempio, quando vedo scuole con pareti sporche o cancelli arrugginiti penso che basterebbe davvero poco, sarebbe sufficiente armarsi di pennelli, vernice, rimboccarsi le maniche e dare una sistemata, insieme, magari coinvolgendo anche i figli. È anche un modo anche per dare loro un modello di impegno concreto che si attiva.
La scuola è il posto in cui i nostri figli vivono la maggior parte del loro tempo e in tante cose siamo noi a fare la differenza. Per fare un esempio, un amico ha recuperato alcuni computer da smaltire, li ha ricondizionati e li ha usati per dei laboratori di alfabetizzazione digitale per ragazzi e genitori, un progetto di volontariato con un enorme potenziale.

La rivoluzione deve avvenire anche dall’interno. Guai a chi si arrende.

 


 

Il 6 febbraio è stato il giorno del Lavoro Agile e dello smartworking, nelle sue aziende quali attenzioni ci sono verso le persone?

Nelle mie aziende, da sempre, ho sostenuto limportanza dell’orario flessibile in entrata e uscita per venire incontro ai bisogni di chi lavora con me. Per non dover accompagnare il bambino di corsa all’asilo, magari una mattina che ha bisogno di più tempo perché proprio non vuole lasciare la mamma o il poter andare al colloquio con gli insegnanti nel pomeriggio, sono solo alcuni dei tanti bisogni che vanno presi in considerazione. Le riunioni fissate nel tardo pomeriggio ad esempio? Le considero imposizioni che non mi sono mai piaciute e che qualche volta mi hanno portato a scontrarmi anche con i dirigenti.

Certo, ci sono momenti in cui il lavoro potrebbe richiedere tempi più prolungati, ma devono essere eccezioni, non la prassi. È un retaggio del passato pensare che si lavora tanto solo in termini di quantità di tempo passato in azienda. Poi lo smartworking in alcuni casi può rivelarsi un’occasione di risparmio non da poco, basta pensare agli affitti degli uffici che, soprattutto nelle grandi città, non sono indifferenti.

Sono invece più perplessa verso alcune soluzioni proposte, come uffici con un numero di scrivanie inferiore a quello dei lavoratori, che vengono così utilizzate a rotazione. Per me il luogo dove si lavora è una comunità di vita e per questo voglio che le persone che lavorano con me si sentano a casa, un posto dove stare bene. Amo portargli piccoli pensieri per personalizzare la scrivania o, come qualche giorno fa, vasetti con bulbi da far crescere per portare un po’ di primavera. Piccole cose, che però danno calore.
Tempo fa un cliente venuto in azienda per una riunione, guardandosi in giro, mi ha detto una frase che mi ha colpito, parlandone come di un posto che nutriva l’anima e il cervello. Mi sono commossa.

Nei miei progetti ho messo tutto l’amore che ho potuto, perché solo questo cambia le cose.

 

 

In occasione di Pitti Bimbo, poche settimane fa, è stato lanciato il nuovo brand di abbigliamento del gruppo Altana, la sua azienda: BREST. Ci può raccontare brevemente i tratti caratteristici di questa nuova linea e il significato del suo nome?

I tratti caratteristici del brand sono l’essere carismatico, libero/indipendente, elegante, stiloso e determinato.
Tali valori rappresentano appieno Altana e tutte le persone che insieme a me da anni sono al mio fianco in questa splendida avventura.
Il nome Brest è stato scelto per una questione affettiva e personale poiché il responsabile prodotto dopo una vacanza in Bretagna e dopo aver visitato il paese di Brest è rimasto affascinato dalla sua innovazione e la sua tecnologia. Inoltre è stato scelto per il suono della parola che è breve ed orecchiabile.

 

              

 

In questo post alcune foto dei meravigliosi capi della collezione BREST ma vi consiglio di approfondire a questo link 

Grazie a Marina Salamon per la bellissima intervista. Se le sue parole vi hanno colpito come hanno colpito noi ci farebbe piacere leggere un vostro commento qui sotto.

 


Author

Digital Lover e socialmediaholic, da sempre web addicted e dal 2007 anche mamma (acrobata) di Arianna e dal 2012 di Micol. Mammeacrobate è la mia terza creatura! Qualcosa di me la trovi anche qui www.manuelacervetti.com