Parliamo di adozione: Bibo nel paese degli specchi


adozione bibo nel paese degli specchiMamma e Papà: due tra le prime parole che i bambini imparano, due termini che non richiedono grandi spiegazioni poiché associate a delle figure note, quelle figure che ci hanno messo al mondo, che ci sono sempre state e che ci seguono nel corso del nostro percorso di crescita.
I genitori rivestono per i bambini un ruolo fondamentale di cura, di protezione, di guida; supportati a più livelli da altri individui - nonni, zii, educatori, insegnanti –  essi hanno il delicato compito di contribuire allo sviluppo non solo fisico, ma anche psichico ed emotivo dei bambini, di supportarli nella creazione di relazioni umane ed affettive.

Questo è ciò che dovrebbe essere, la teoria. Purtroppo però, nella pratica, può accadere che il normale sviluppo di tale legame possa venire bruscamente interrotto, che i genitori, per varie ragioni, vengano a mancare privando i bambini di quella cura e di quella protezione indispensabili per la loro vita.
Fortunatamente le facce della medaglia sono sempre due e di fronte ad un'enorme schiera di bambini privati del diritto alla famiglia esiste anche un numero sempre più elevato di adulti che intraprendono una strada differente per diventare genitori: l'adozione.



Adottare un bambino è una scelta d'amore immensa, la manifestazione del desiderio di donarsi a qualcuno senza riserve, di accettare un bambino come proprio figlio, di amarlo e sentirlo parte di sé pur non avendolo concepito.
Nello stesso tempo però, adottare un bambino significa intraprendere un viaggio molto complesso, delicato, pieno di difficoltà che può - e soprattutto deve - scaturire da una lunga e approfondita riflessione.

Essere genitori richiede un notevole grado di consapevolezza e se ciò è vero per i genitori naturali lo è ancora di più per i genitori adottivi che, a differenza di madri e padri biologici, hanno lo svantaggio di non essere presenti nella vita dei propri figli dagli esordi, ma di entrarne a farne parte in seguito, quando un pezzo della loro storia è stato già scritto e nella maggior parte dei casi non si tratta di una favola.

Una delle difficoltà più grandi per i genitori adottivi sta proprio nell'affrontare con i propri figli quel passato, di ripercorrere insieme le tappe di quella storia, talvolta dolorosa. Da dove vengo? Chi sono i miei veri genitori? Perché non mi hanno voluto? E' colpa mia se hanno rinunciato a me? Sono domande alle quali trovare risposte adeguate non è affatto semplice, che necessitano di strumenti adatti, a misura di bambino, che possano affrontare la questione dal loro punto di vista.

adozione bibo nel paese degli specchiE ancora una volta, quale miglior strumento pedagogico della fiaba può assolvere questo compito?
Come già evidenziato in alcuni dei miei precedenti post si può guardare alla fiaba come specchio della vita, una superficie riflettente attraverso cui riconoscersi mantenendo però una certa distanza di sicurezza; un mondo dove fantasia e realtà si intrecciano, aiutandoci a far emergere emozioni e sentimenti in maniera mediata.
Ed è proprio di una fiaba che vi voglio parlare oggi, un racconto sapientemente costruito per parlare di adozione utilizzando il linguaggio dei bambini: la storia di un bambino speciale, scritta per altri bimbi altrettanto speciali...

... In un mondo lontano esistevano due paesi, il Paese dei Bambini Soli e il Paese dei Grandi Soli, due posti molto diversi e separati l'uno dall'altro, così come lo erano le persone che li abitavano.
Gli abitanti di entrambi i paesi erano abbastanza felici, ma sentivano che mancava loro qualcosa per esserlo davvero; fu così che un giorno un uomo e una donna del Paese dei Grandi Soli decisero di chiedere aiuto a Sapiente, un vecchio saggio che conosceva tutti i paesi e che di certo avrebbe saputo trovare risposta alle loro domande.
Ascoltati l'uomo e la donna, Sapiente ebbe un'illuminazione e diede ai due una chiave, una chiave molto importante, capace di aprire la porta del Paese dei Bambini Soli.
Un bambino! Ecco di cosa avevano bisogno, finalmente l'avevano capito! E fu così che i due incontrarono Bibo, uno splendido bambino tutto blu, molto curioso e coraggioso. Insieme la vita diventò molto più bella e iniziarono così a viaggiare e a conoscere tutti quei paesi che fino a quel momento non avevano mai visitato, dove impararono un sacco di cose: il Paese dei Baci e delle Coccole, il Paese delle Parole Giuste, il Paese dei Giochi Giocati, finché un giorno arrivarono nel Paese degli Specchi.
Qui, successe una cosa davvero strana...Bibo, guardandosi in uno dei tanti specchi di cui il paese era pieno, si accorse di una cosa che non aveva notato prima di allora: lui era blu! Si, proprio blu e non arancione come i suoi genitori.
Questa cosa non gli piacque affatto e si arrabbiò tanto, ma proprio tanto! La sua mamma e il suo papà allora cercarono le parole più giuste per spiegargli la ragione per la quale lui fosse blu e loro arancioni, gli spiegarono chi era e da dove veniva, ma soprattutto che lui era speciale così com'era e che per volersi bene non serve essere uguali, ma essere quello che si è.
Bibo aveva finalmente capito, ora non voleva più essere diverso da quello che era, ora potevano iniziare nuove avventure, insieme.


Bibo nel Paese degli Specchi, edito da CARTHUSIA, nasce dal desiderio di dotare le famiglie adottive di un valido supporto volto a facilitare il difficile compito di costruzione di una nuova storia familiare.
Con la supervisione scientifica del CIAI – Centro Italiano Aiuti all'Infanzia -  e della Provincia di Milano, grazie al contributo di un equipe di esperti che hanno saputo fondere competenze molto diverse, Beatrice Masini e Patrizia La Porta hanno dato vita ad una storia sulla e per la famiglia da leggere e rileggere insieme, dove le parole si uniscono alle splendide illustrazioni che aiutano nella comprensione del testo.

Si parla così dei nuclei centrali dell'adozione, di accoglienza e di scoperta di nuove realtà, di mondi che sembrano così lontani dai quali però emergono somiglianze inaspettate, delle emozioni, delle paure e degli sforzi dei bambini ma anche dei genitori, un libro attraverso cui riconoscersi e conoscersi, passo dopo passo, insieme.
Mediante la figura di Bibo, si vogliono interpretare i timori, i dubbi ma anche le aspettative di un figlio adottivo nei confronti di adulti sconosciuti, che sono diversi da lui ma che comunque lo accettano e lo amano incondizionatamente.

Una storia fatta di genitori e bambini di colori diversi, di mondi paralleli da attraversare e conoscere, come metafora del viaggio da percorrere insieme, del futuro da costruire, lasciando però la porta aperta al proprio passato.
Parlare al bambino della sua storia passata, aiutarlo a tracciare e a conservare memoria del suo vissuto è di fondamentale importanza; solo conservando il ricordo lo si potrà aiutare a trovare continuità fra la sua storia passata e quella presente, a mettere radici nella nuova famiglia e a iniziare un nuovo viaggio, come ci dice il finale della fiaba,  “un viaggio così lungo che non finirà mai”.


Tags:     adozione      fiaba
 
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Commenti  

 
0 # RE: Parliamo di adozione: Bibo nel paese degli specchiNonna Maria 2012-02-21 20:56
Bello questo libro che aiuta in situazioni a volte difficili. Ma come fare quando il bambino è di nazionalità italiana o quanto meno non così "diverso" dai suoi genitori? Non è immediato il fatto di essere di colore o razza diversa! Vedo che a volte genitori adottivi rimandano il momento chiamamolo della verità proprio perchè non sanno come affrontarlo. E che dire a quei genitori sempre adottivi che invece preferiscono non rivelare al figlio il fatto di non essere i suoi genitori naturali? Grazie
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0 # RE: RE: Parliamo di adozione: Bibo nel paese degli specchiagnese 2012-02-22 17:53
nonna maria forse un tempo poteva essere così ma ti garantisco che già da molti anni ai genitori adottivi (fin da quando sono solo aspiranti tali) vengono fatti corsi e approfondimenti e quant'altro perché siano preparati al meglio per raccontare la sua storia al proprio figlio adottivo.
di genitori che hanno tenuto nascosta la verità al proprio figlio non ne conosco neanche uno.
bisogna anche pensare che da qualche anno l'età media dei bimbi al momento dell'adozione si è parecchio alzata!
questo libro di cui si parla qui è uno dei più famosi e dei più "citati" ai vari corsi come esempio di racconto adatto anche ai più piccoli per affrontare il tema dell'abbandono.
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0 # RE: Parliamo di adozione: Bibo nel paese degli specchiNonna Maria 2012-02-22 20:44
Mi fa piacere quello che dici, Agnese, perchè non ho mai trovato giusto nascondere la realtà della propria nascita ad un figlio adottivo. Ho vissuto da vicino questa realtà tramite una famiglia amica e ho visto con quanto amore è stato affrontato il tema della nascita da un'altra mamma.
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0 # RE: Parliamo di adozione: Bibo nel paese degli specchiElisa Capuano 2012-02-22 23:21
Per quanto riguarda la questione del rivelare o meno la verità anche io sono d'accordo con voi che non farlo non solo non è la decisione giusta ma è anche rischiosa; venirne a conoscenza successivamente, magari in maniera improvvisa – figuriamoci poi se avviene da terzi - può avere conseguenze molto dolorose per i bambini o i ragazzi. Uno dei rischi è che questa omissione possa essere vissuta come un vero e proprio tradimento, che può incrinare il naturale rapporto di fiducia. Penso che intraprendere un percorso adottivo voglia dire accettarsi in toto, con la consapevolezza che c'è stato un “prima” e che è proprio su quel prima che bisognerà costruire insieme il rapporto. Sono due storie, quelle del bambino e quelle dei genitori che devono fondersi per trovare continuità, è per questo che affrontare insieme le famose domande che Bibo fa è estremamente importante, ricordando però che il grado di complessità e i dettagli della storia variano a seconda dell'età.
Per quanto riguarda i casi in cui non entra in gioco il differente colore della pelle, è vero che il libro sembra adatto soprattutto per affrontare l'adozione internazionale, ma volendo si presta anche per un utilizzo più ampio.
La percezione della propria immagine allo specchio può anche essere letta come simbolo della necessità di conoscere la propria identità, il proprio passato; ci si serve del colore come artificio per innescare la rivelazione, ma si può anche non soffermarcisi troppo, non si parla di marrone e rosa, ma di arancione, di blu, di verde, colori che restano nella dimensione della fantasia, in quel mondo.
Ce ne si può servire però per ragionare sul concetto di diversità a tutto tondo, sul fatto che non c'è un "Altro" rispetto a sé quanto piuttosto che siamo tutti "Altri".
Tutti, indipendentemente dalle nostre origini, abbiamo caratteristiche che ci rendono diversi gli uni dagli altri, ma anche altre che ci accomunano ed è questo che ci permette comunque di stare bene insieme e di vivere una storia comune.
Anche nella conclusione della fiaba la questione del colore sembra andare in questa direzione, quando Bibo, durante uno dei suoi viaggi con i genitori, torna nel Paese dei Bambini Soli per rivedere il suo amico Milo e si accorge di una cosa che non aveva mai notato, cioè che non è blu come lui, ma verde, la conferma che siamo proprio tutti diversi, ma uguali.
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0 # RE: Parliamo di adozione: Bibo nel paese degli specchiNonna Maria 2012-03-02 18:25
Tutto giustissimo quello che dite. Però mi chiedo come e quando affrontare l'argomento? Come iniziare con un bambino che ha già vissuto assieme ai suoi genitori adottivi un certo periodo l'argomento riguardante la sua nascita? Forse è più semplice con un bimbo che abbia già qualche anno al momento dell'adozione: se ne può parlare immediatamente. Ma quando un bambino viene preso neonato, quando viene il momento migliore per affrontare l'argomento? La mia paura è solamente quella di causare un dolore o smarrimento o addirittura l'impossibilità a capire....
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0 # RE: Parliamo di adozione: Bibo nel paese degli specchiElisa Capuano 2012-03-12 10:37
Innanzitutto scusate il ritardo con cui rispondo! Nonna Maria, capisco e condivido le tue paure, il timore è sempre quello di traumatizzarli. Recentemente ho letto un libro molto interessante sull'adozione, in cui si affronta anche la questione che sollevi e che fa riflettere su come si possa parlare dell'adozione sin da piccolissimi. In particolare c'è un passo che vorrei condividere: “Fin da quando era piccolo, quando gli davo la pappa sul seggiolone, gli raccontavo questa bellissima storia, gliela mimavo, e lui si faceva un sacco di risate: gli raccontavo che era nato in un paese bellissimo […]. Gli parlavo del Brasile. “Poi sono arrivati mamma e papà. Siamo stati insieme. Abbiamo preso l'aereo – gli mimavo l'aereo e l'arrivo – siamo arrivati a casa e c'è stata una grande festa.” - Inserivo il termine adozione e ne parlavamo quando capitava l'occasione. Una sera a cena, forse non aveva ancora 3 anni, ci ha detto “Si, lo so, voi mi avete adottato”. Ma chissà che significato aveva per lui quella parola! Abbiamo lasciato che crescesse. La consapevolezza è venuta dopo” (A. Oliverio Ferraris, Il cammino dell'adozione, Rizzoli, p. 224).
Come è accaduto per il bambino protagonista di questa testimonianza, io condivido l'idea di iniziare a parlare dell'adozione subito, sin da molto piccoli (già in età prescolare), consapevoli però, che sarà necessario tornare sull'argomento più volte, poiché la comprensione dell'adozione segue le fasi dello sviluppo cognitivo e un bambino piccolo, di 2, 3, 4 anni pur dicendo si sé stesso di essere stato adottato potrebbe non capire a pieno e necessitare di ulteriori spiegazioni.
Si parla di un disvelamento graduale in cui si decide quali informazioni dare e il modo in cui farlo, a seconda dell'età. Ovviamente si ometteranno alcuni particolari , così come vi sarà la necessità di “addolcire” la verità se ci troviamo di fronte ad un bambino ancora piccolo.
Si inizierà quindi a gettare “un semino” che germoglierà con il tempo, attraverso una narrazione dapprima quasi fiabesca, che si arricchirà mano a mano di contenuti e spiegazioni.
Indipendentemente dall'età, ciò che veramente conta per la rivelazione è lo stato emotivo dei genitori adottivi: di fondamentale importanza, infatti, è riuscire a mantenere uno stato di tranquillità per non correre il rischio di far trapelare i timori e l'ansia che il momento del disvelamento creano negli adulti e di trasmetterli ai bambini. Ancora prima di capire il significato della parola "adozione" i bambini percepiscono lo stato d'animo dell'adulto. Se poi raccontare la verità diventa un'impresa troppo ardua da sostenere da soli, penso sia utile cercare un supporto professionale, magari rivolgendosi all'ente che ha seguito l'iter adottivo che potrà fornire consigli e supporto.
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